Quel giorno non avrebbe dovuto essere lì. Eppure, nel momento in cui i nostri sguardi si sono incrociati, mi ha riconosciuto. All’istante. 🐾💔
Mi ero ripromessa di non piangere. Non dopo tutto quello che era successo. Non in quel posto, con l’odore di disinfettante che mi pungeva il naso e la terra che scricchiolava sotto gli stivali.
Mesi prima, avevo firmato i documenti di scarcerazione. Dovevano essere definitivi: una rottura netta, senza più voltarsi indietro, senza più legami. Ma eccolo lì.
Dietro una recinzione arrugginita, più magro, più vecchio, ma sempre lui.
Diego.

Il cucciolo che ho cresciuto fino a farlo diventare un’ombra fedele. Quello che saltava sul mio camion come se fosse il suo regno, per poi rannicchiarsi sotto il mio banco da lavoro mentre lavoravo.
All’inizio, l’operatore del rifugio non mi credette. Uomini come me – con precedenti penali, tatuaggi e la testa rasata – non rientrano nell’immagine di un amante degli animali. Ma quando mi inginocchiai vicino alla recinzione e sussurrai: “Ehi, D… sono io, amico”, le sue orecchie si drizzarono proprio come facevano una volta quando sentiva il fruscio di una confezione di formaggio.
E poi, senza esitazione, ha infilato la testa tra le sbarre, premendo contro le mie mani come se avesse aspettato a lungo di perdonarmi.
Avrei dovuto andarmene. Tutti mi dicevano che avrei dovuto. Ma non potevo.
Quel giorno non avrebbe dovuto essere lì. Ma c’era. E si ricordava di me.
Il volontario mi ha chiesto se stavo bene. Non stavo bene. Non stavo bene da quando l’avevo abbandonato.
Mi dissero che non potevo portarlo a casa subito: c’erano documenti, regole, prove di alloggio. Mostrai loro una foto del mio piccolo monolocale sopra un garage. Semplice ma pulito. Le ciotole erano già pronte. Un letto nell’angolo.
Mi hanno detto di tornare domani.
E l’ho fatto. Ogni singolo giorno.
Ho portato a spasso altri cani, ho distribuito dolcetti, ho parlato con il personale, solo per stargli vicino.

Il quinto giorno, finalmente mi hanno chiamato. Hanno accettato di lasciarmi adottarlo, a patto che frequentassi corsi comunitari sulla cura degli animali. Non ho esitato un attimo.
Così mi sono seduta in una stanza con bambini timidi, mamme stanche e un vecchio brontolone che si lamentava delle “sciocchezze moderne sui cani”. Abbiamo imparato a conoscere i traumi, il comportamento, la fiducia. Ho preso appunti, immaginando nel frattempo la coda di Diego che scodinzolava di nuovo, incerta ma fiduciosa.
Perché anch’io la pensavo così.
E il giorno in cui sono uscita da quel rifugio con Diego al mio fianco, i documenti firmati e il guinzaglio in mano, ho capito…
Non avevo solo riavuto indietro il mio cane.
Avevo riavuto indietro me stessa. 🐶❤️